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Sala dei Gigli

Come l’attigua Sala delle Udienze, l’ambiente deriva dalla spartizione di una preesistente aula, definitivamente divisa in due locali da Benedetto da Maiano tra il sala Gigli21470 e il 1472. Le pareti della sala avrebbero dovuto accogliere un ciclo di Uomini Illustri, modelli di virtù civiche, analogo a quello che decorava la precedente aula trecentesca. Nel 1482 la Signoria ne affidò l’esecuzione ai maggiori artisti dell’epoca, quasi tutti reduci dalla decorazione della Cappella Sistina a Roma (Ghirlandaio, Botticelli, Perugino, Biagio d’Antonio, Piero del Pollaiolo), ma solo uno di essi, Domenico Ghirlandaio, portò a termine l’incarico affrescando una parete. Gli altri tre lati vennero quindi decorati con l’emblema angioino dei gigli d’oro di Francia in campo azzurro sormontati da un rastrello rosso, in omaggio ai francesi, antichi difensori della libertà fiorentina. Fanno parte del progetto rimasto incompiuto le figure a tarsie dei poeti Dante Alighieri e Francesco Petrarca sulla porta di comunicazione con la Sala delle Udienze.

18Domenico Ghirlandaio, San Zanobi tra i Santi Stefano e Lorenzo

 

Domenico Bigordi detto il Ghirlandaio, affresco 1482-1485
San Zanobi, vescovo e protettore di Firenze, tra i santi Eugenio e Crescenzio e il leone Marzocco, simbolo della città

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Porta con Dante e Petrarca

 

Porta con Dante e Petrarca: Giuliano da Maiano e Francesco di Giovanni detto il Francione, su disegno di Sandro Botticelli, legno intarsiato, 1476-1480

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Giuditta

Donato de’ Bardi detto Donatello
(Firenze 1386 ca. – 1466)
Giuditta e Oloferne
1457 – 1464 ca.
bronzo

Secondo l’ipotesi più accreditata, questa celebre opera di Donatello venne commissionata da Piero de’ Medici intorno al 1457. Fu collocata nel cortile dell’antica residenza medicea, l’attuale Palazzo Medici Riccardi, dove già si trovava il David bronzeo realizzato dal medesimo scultore per il padre di Piero, Cosimo il Vecchio.

Secondo la Bibbia, la vedova ebrea Giuditta salvò il suo villaggio dall’esercito assiro seducendo il generale Oloferne e tagliandogli la testa dopo averlo fatto ubriacare. La scultura simboleggia il trionfo delle Virtù sulla Superbia e sulla Lussuria. A quest’ultima alludono le scene bacchiche della base. L’inedita potenza espressiva delle figure, colte nell’attimo in cui l’eroina sta per sferrare l’ultimo colpo, si univa al raffinato effetto pittorico delle dorature che impreziosivano la spada, la veste di Giuditta e il basamento, oggi quasi del tutto perdute.

In seguito alla cacciata dei Medici e alla proclamazione della Repubblica, nel 1495 la Signoria si appropriò del bronzo e lo trasferì a Palazzo Vecchio, eleggendolo a simbolo della libertà fiorentina. L’opera fu collocata sull’arengario prospiciente la facciata, sopra una base in marmo e granito attribuita a Simone del Pollaiolo detto il Cronaca, con una iscrizione allusiva al suo nuovo significato. Nel 1504 dovette lasciare il posto al David di Michelangelo. Nel 1506 trovò sistemazione sotto la Loggia dei Lanzi e qui rimase finché nel 1919 tornò sull’arengario. Nel 1980, per ragioni conservative, venne trasferita nella Sala dei Gigli e sostituita in loco da una copia.


 


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