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Terrazzo di Giunone

In origine l’ambiente si apriva su un loggiato a colonne, costruito per offrire a Eleonora di Toledo, moglie del duca Cosimo, un affaccio sul quartiere di Santa Croce. In onore della duchessa, fu dedicato alla dea Giunone, sposa di Giove. Il progetto originario prevedeva la realizzazione di una fontana su modello di quella dipinta a monocromo sulla parete, a sua volta apparentemente ispirata al Putto con delfino di Andrea del Verrocchio. Il loggiato, corrispondente al lato oggi privo di decorazioni, fu tamponato alla fine del XVI secolo, a seguito dell’edificazione dell’ultima ala del palazzo.

1556-1557
Pitture di di Giorgio Vasari e Cristofano Gherardi, affresco

SOFFITTO
Giunone sopra un carro trainato da pavoni, tra le allegorie dell’Abbondanza e della Podestà

16C.Gherardi, Giunone sopra un carro trainato dai pavoni

 

 

 


  

 

 

 

 

 

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PARETE
Fontana con putto
 

 

 

 

 

 

 

 

Putto

 

 

 

 

Andrea del Verrocchio
(Firenze 1435 – Venezia 1488)
Putto con delfino
1480 ca.
bronzo

Il Putto è una delle opere più celebri e ammirate di Andrea del Verrocchio, orafo, scultore e pittore fiorentino, molto apprezzato dalla famiglia medicea che gli commissionò diversi lavori importanti, come i monumenti funebri di Cosimo il Vecchio e di Piero e Giovanni de’ Medici nella basilica fiorentina di San Lorenzo. Nella sua fiorente bottega si formarono artisti del calibro di Leonardo da Vinci e Pietro Perugino.

Questo Putto fu eseguito per Lorenzo de’ Medici, detto il Magnifico. In origine sormontava una fontana nella villa medicea di Careggi. La committenza di Lorenzo e le affinità stilistiche con il gruppo dell’Incredulità di San Tommaso realizzato dall’artista per Orsanmichele (1467-1483), consentono di datare il bronzo tra la fine dell’ottavo e l’inizio del nono decennio del Quattrocento.

Nel 1557 il Putto fu trasportato a Palazzo Vecchio per volontà di Cosimo I e collocato sulla fontana in porfido e marmo bianco al centro del cortile di Michelozzo, realizzata da Francesco Ferrucci detto il Tadda, Raffaello di Domenico di Polo e Andrea di Domenico, su disegno di Giorgio Vasari e forse di Bartolomeo Ammannati. Per ragioni conservative, nel 1959 l’opera fu trasferita nel museo e sostituita nel cortile da una copia del bronzista e restauratore Bruno Bearzi.

Un tempo in Palazzo Vecchio si trovavano altre due opere in bronzo del Verrocchio: un monumentale candelabro, realizzato per la Cappella dei Priori (oggi nel Rijksmuseum ad Amsterdam) e un David con la testa di Golia, venduto alla Signoria da Lorenzo e Giuliano de’ Medici e posto all’uscita della Sala dei Gigli, di fronte alla Porta della Catena (oggi nel Museo Nazionale del Bargello a Firenze).


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